Poesia, metrica e preghiera. Appunti sul decasillabo manzoniano – Parte 4

di Antonio Pennacchi

La questione però è che, anche quando in età storica la poesia poi si profanizza e dalle sole sfere del sacro s’allarga a tutto il resto – l’amore, il sesso, la contemplazione della natura, l’epica, l’invettiva, l’odio, la satira, il gioco, il riso – è solo apparentemente che lascia il sacro, o almeno quello che ufficialmente è ritenuto sacro. In realtà mantiene sempre tutto il suo portato di natura magico-religiosa. Resta sempre preghiera perché dietro c’è sempre – sia in chi la compone che in chi la legge e recita – il pensiero nascosto, la speranza e la tensione, se non proprio la sicurezza, che per capacità transitiva attraverso essa si modifichi in qualche modo il reale.

Se di fatti a settecento anni di distanza il ragazzetto delle scuole medie superiori ancora recita, capisce e ripete: “Amor che a nullo amato amar perdona”, è perché davvero è convinto che, in forza di quel verso, a furia di amare quella tal persona, pure lei a un certo punto dovrà cedere e riamarlo a forza. E non è un meccanismo, questo, di natura magico-religiosa? E mica ci vuole Il ramo doro (18). Non è preghiera inveire contro chi ci ha traditi? Odi et amo. Quare fortasse requiris“. E allora uno perché si mette a scrivere poesie e poi le fa pure leggere agli altri se non per essere amato, per modificare e trascendere il particolare del proprio reale, per raggiungere l’universale? Uno scrive poesie – oppure le legge e le canta per sciogliersi nel cosmo e negli altri esattamente come i cacciatori primitivi di Elias Canetti nella loro danza: massa ritmica-sobbalzante che vuole essere di più e vuole un branco nuovo da cacciare così grosso da non avere più paura del domani. Poi, se il divino c’è ed interviene, meglio. Se non c’è, pazienza:la preghiera funziona uguale.

Conclusioni

l) Quello che da quanto sopra si deduce tassativamente è che la poesia non va letta a senso, seguendo il significato o la sintassi delle frasi. La poesia va letta secondo il verso, a cantilena possibilmente, fermandosi rigorosamente a fare la pausa alla fine d’ogni verso, sennò quello che cazzo è andato a capo a fare? Allora scriveva tutto attaccato e tu ti fermavi solo alle virgole e ai punti. Se è andato a capo ci sarà un motivo, e tu ti devi fermare là. Fai la pausa. Sennò si perde il metro, il ritmo, che è quello che conta. Tu non ti puoi mettere a fare lo yoga con le mosse e le figure che ti inventi tu. Non funziona. Lo yoga funziona solo se fai le mosse come devono essere fatte. Io – ripeto – non lo so se c’è il divino e se poesia-preghiera può arrivare fino a lui. Ma se ci può arrivare, lo può fare solo con quelle tecniche là: metro, ritmo, lunghezza d’onda. E se il divino non c’è, comunque può agire su di te, ma agisce solo se rispetti le istruzioni d’uso. Sennò lascia perdere, che ti ci metti a fare? È come se tu con una bicicletta ci volessi pestare il sale.
2) La stragran parte della poesia contemporanea è quindi da buttare. Non serve a niente. Fatica sprecata. È gente, appunto, che con la bicicletta pesta il sale. Gli unici grandi versi degli ultimi quarant’anni sono quelli della
Nannini’”: Questo amore è una camera a gas”. Questo amore è un gelato al
velenoè la metafora ossimorica più potente di tutta la poesia italiana del Novecento. Vale: Ed è subito sera” (20). Vale: Perché tu mi dici: poeta? / Io non sono un poeta. /Io non sono che un piccolo fanciullo che piange), e non è un caso che sia un decasillabo anapestico. Dopo il Manzoni, Gianna Nannini.
3) Onestà vuole però che si dica che il radicale ripensamento rispetto alle pregiudiziali e giovanili avversioni alla poesia del Manzoni, non fu frutto esclusivo della saggezza degli anni e di qualche occasionale rilettura. La nuda verità è che poco tempo fa mi è capitato di incontrare un altro mio vecchio professore – un grande Maestro universitario – che all’improvviso ha detto pure lui: “Ma sa che le dico? I promessi sposi è un vero capolavoro, non si discute. Ma la poesia del Manzoni, con quella cantilena tatatì tatatì tatatà, aveva proprio ragione lei: è una cosa che non si può sopportare”.
E io è lì che ho cambiato idea.

NOTE

18 J.G.FRAZER, Il ramo d’oro. Studio della magia e della religione, Torino 1990 (I ed. 1890-1922)
19 GIANNA NANNINI, Fotoromanza, 1984
20 SALVATORE QUASIMODO, “Ed è subito sera”, in Acque e terre, 1920-1929
21 SERGIO CORAZZINI, “Desolazione del povero poeta sentimentale” in Piccolo libro inutile, 1906

Pubblicato in Luz – Tradizione & Scienza Anno 2006

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